FAUNA SELVATICA E ALLEVAMENTI IN PUGLIA, LA SITUAZIONE SULLE MURGE

FAUNA SELVATICA E ALLEVAMENTI IN PUGLIA, LA SITUAZIONE SULLE MURGE

3Set, 2026

Fauna selvatica e allevamenti: l’allarme degli allevatori della Murgia sudorientale

testo di Luca Pastore

foto di Annamaria Piano-Mortari, foto Calipso Sirenetti

Abbiamo ascoltato alcuni allevatori dei territori di Martina Franca, Mottola e Crispiano per capire quale sia oggi la situazione della fauna selvatica in questa porzione di Murgia sudorientale, un’area un tempo assai vocata e rinomata per i grandi allevamenti bradi di bovini pugliesi – oggi è di moda definirli podolici –, cavalli delle Murge, asini di Martina Franca, capre “ioniche” e “garganiche”, pecore di pregiatissime schiatte come la “moscia leccese” e “l’altamurana”.


Un patrimonio zootecnico che per secoli ha rappresentato una componente essenziale del paesaggio e dell’economia rurale di questo territorio e che oggi deve fare i conti con una presenza sempre più significativa della fauna selvatica.

Per il territorio di Martina Franca riportiamo la testimonianza, preoccupata e quasi disperata, di Giuseppe Simeone, titolare, insieme al figlio Martino, del prestigioso allevamento di capre, cavalli murgesi e asini di Martina Franca di Masseria Monti, nel bosco Orimini.

Le parole di Simeone sono allarmanti. A Masseria Monti, nonostante i rischi legati alla presenza della fauna selvatica, si continua a condurre al pascolo un gregge di oltre mille capre, esclusivamente durante il giorno. Gli animali vengono costantemente controllati da personale altamente preparato e dalla guardiania continua di una muta composta da oltre dieci cani abruzzesi, accuratamente selezionati.

Nonostante tutte queste precauzioni, racconta Simeone, ogni dieci-quindici giorni si registrano attacchi al gregge. Le capre colpite sono quasi sempre quelle che si trovano in coda al gruppo.

L’ultimo avvistamento risale a una decina di giorni fa, nella zona di Russoli, dove è stato individuato un esemplare dall’aspetto diverso rispetto ai lupi grigiastri che vengono avvistati sempre più frequentemente. In questo caso, racconta l’allevatore, il mantello tendeva al rossiccio.

«Noi continuiamo a far uscire gli animali, creando e dando vita ai boschi e ai pascoli», racconta Simeone. «Purtroppo, in altre masserie, per non correre rischi, ormai gli animali vengono tenuti chiusi e protetti da recinzioni».

Una situazione che, secondo gli allevatori, rischia di produrre un effetto paradossale: mentre gli animali domestici vengono progressivamente allontanati dai pascoli, la fauna selvatica trova sempre più spazio per proliferare e rigenerarsi in un habitat ideale, protetto dalla macchia e dal sottobosco e, purtroppo, sempre più spopolato dalle specie zootecniche che per secoli lo hanno abitato.

Diversa, secondo gli allevatori, sarebbe la situazione nelle zone ad alto fusto, dove la fauna selvatica incontrerebbe maggiori difficoltà nel trovare un ambiente altrettanto favorevole.

A Crispiano l’allevamento brado anche di notte è ormai un ricordo

Proseguendo la nostra indagine, ci spostiamo nell’agro di Crispiano, presso Masseria Vallenza, storica realtà zootecnica condotta dai giovani Aurelia e Michele Ricci.

Ad accoglierci è il padre dei due ragazzi, Orazio, che racconta come l’allevamento brado, anche nelle ore notturne, sia ormai soltanto un ricordo.

«Abbiamo subito attacchi anche in pieno giorno», racconta.

Per questo, ogni giorno, all’imbrunire, gli allevatori sono costretti a riportare nei grandi recinti i cavalli murgesi e gli asini di Martina Franca. La mattina seguente occorre nuovamente organizzare l’uscita degli animali, guidati e seguiti da decine di cani introdotti appositamente in masseria per garantire la difesa dalle visite indesiderate.

Una gestione che comporta un aumento considerevole del lavoro, dei costi e delle difficoltà organizzative.

Orazio Ricci non nasconde la propria preoccupazione per il futuro.

«In questo stato di cose molte masserie stanno chiudendo. I giovani, di fronte ai grandi rischi, prima di iniziare un’attività zootecnica indietreggiano».

Al rischio d’impresa, già di per sé significativo, si aggiunge dunque quello determinato dalla crescente presenza della fauna selvatica. E, secondo Ricci, a complicare ulteriormente il quadro c’è una burocrazia che non sempre riesce ad avvicinare le nuove generazioni all’agricoltura e alla zootecnia specializzata.

A Mottola una convivenza costruita negli anni

Andando verso Mottola ci rechiamo a Sant’Angelo di Piccoli, storica, grande e rinomata realtà zootecnica ai confini degli agri di Martina Franca, Massafra, Mottola e Noci.

Qui incontriamo Angelo D’Onghia, già assessore all’Agricoltura del Comune di Mottola e presidente dell’Associazione Allevatori del Cavallo delle Murge e dell’Asino di Martina Franca.

D’Onghia racconta una situazione che, nel suo territorio, non rappresenta più una novità.

«La presenza dei lupi è ormai stanziale da anni. Noi abbiamo imparato a convivere con lupi e cinghiali, utilizzando tutte le precauzioni che ci sono consentite dalla legge».

Tra queste, l’impiego di cani selezionati per la difesa delle mandrie e delle greggi e la costruzione di recinti alti a protezione degli animali durante i ricoveri.

Ma c’è un cambiamento sostanziale rispetto al passato.

«L’unica cosa importantissima che è cambiata rispetto a decenni addietro è che i nostri pregiatissimi equidi e i bovini non vivono più allo stato brado h24».

Ed è proprio questo, secondo D’Onghia, uno degli aspetti più delicati della questione.

«Per il benessere animale sarebbe importantissimo far stare le mandrie sempre libere, come avveniva in passato, quando tutto sembrava – e forse era – in equilibrio».

Una riflessione che va oltre la semplice presenza del lupo e pone una domanda sul futuro stesso della zootecnia tradizionale della Murgia.

«Oggi un giovane, prima di iniziare un’impresa zootecnica, deve mettersi a tavolino e fare diversi calcoli. Insomma, non troverà la strada spianata. Purtroppo».

Un territorio che rischia di perdere i suoi allevatori

Dalle testimonianze raccolte emerge un quadro comune: gli allevatori non chiedono necessariamente l’assenza della fauna selvatica, ma la possibilità di continuare a svolgere la propria attività senza essere costretti a modificare radicalmente sistemi di allevamento consolidati nei secoli.

Il problema non riguarda soltanto gli eventuali attacchi agli animali. Riguarda il progressivo cambiamento di un territorio nel quale il pascolo, la presenza delle mandrie e dei greggi e la manutenzione naturale dei boschi hanno sempre rappresentato un elemento di equilibrio.

Oggi, però, gli allevatori sembrano stanchi. Quasi rassegnati. E forse anche incapaci di reagire, di organizzare una protesta, di far sentire con forza la propria voce.

Ed è proprio questo, forse, l’aspetto più preoccupante.

Perché quando un allevatore decide di chiudere una masseria, di rinunciare al pascolo o di non trasmettere più ai propri figli un’attività costruita in generazioni, non scompare soltanto un’azienda.

Gli allevamenti equini non possono restare un ricordo

Cambia il territorio. Cambia il paesaggio. E si perde un pezzo della storia agricola e zootecnica della Murgia sudorientale.

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